Dalle moto alle soubrette: le mille vite di Gianni Rolando
"Cominciai da autodidatta. Pochi risultati, e addirittura mi tolsero l’unico podio nel Mondiale, eppure ero popolare: merito anche delle mie love-story"

Pubblicato il 11 marzo 2024, 11:38
Gianni Rolando si racconta
Se chiudi gli occhi e pensi al paddock degli Anni ‘70, cosa vedi?
“Io e Barry Sheene che inseguiamo delle lepri nei campi attorno ad Assen con le nostre auto, una Mercedes e una Rolls-Royce, per poi poterle cucinare. Oppure un’irruzione in un allevamento di trote in Belgio, dove le pescammo con le reti metalliche del circuito, tagliate con le pinze. Per noi c’era sempre da festeggiare, anche per il solo fatto di essere ancora vivi. Tracciati stradali, moto imprevedibili. I rischi erano ovunque”.
Il tuo esordio iridato fu nel 1977, nella classe 500 e in sella alla Suzuki del Team Nava-Olio Fiat.
“Il primo round si correva in Venezuela, a 45 gradi all’ombra, un forno. Le gocce di sudore che mi cadevano dal volto, quando toccavano il serbatoio, friggevano. Pagai subito la mia inesperienza: gli altri piloti si erano idratati per bene prima di partire, io no. All’ultimo giro ero ottavo, in zona punti. L’ultimo curvone girava a destra, poi il traguardo. Ma io, praticamente svenuto, non smisi di voltare e presi la via dei box, dove caddi. Quindi i soccorsi: la tuta aperta con le forbici, le secchiate d’acqua in faccia, il ghiaccio. Durante il ritorno in Italia, sull’aereo Giacomo Agostini mi diede un soprannome: ‘Rotolando’”.
Ricordi altri nomignoli?
“Wil Hartog, con la sua tuta bianca, era il gelataio. Kenny Roberts il canarino, perché la livrea della sua Yamaha era gialla. Johnny Cecotto, con le sue cadute, era passato a Cerotto”.
Quell’anno a Silverstone ti qualificasti bene e in gara scattasti a razzo, subito terzo.
“Ma poi Hartog mi spinse largo, sull’asfalto sporco, in una curva da quarta marcia. Persi l’anteriore e volai ia, contro le reti a bordo pista e i pali che le sostenevano. Si trattava delle traversine delle ferrovie, conficcate nel terreno. Mi ruppi sei costole”.
Numerose occasioni in cui ti mettesti in mostra, in quella prima stagione iridata, ma pochi risultati: l’anno dopo, ancora in Inghilterra, le classifiche ti danno sesto.
“E sbagliano, perché ero sul podio. Ma me lo portarono via! Ero partito con una gomma intagliata davanti e una liscia dietro. Scese il diluvio e rientrarono tutti ai box tranne me, Lucchinelli e Tepi Lansivuori. Mentre gli altri erano fermi per montare le ‘rain’, noi facemmo due giri. Quando rientrarono ci ripresero e superarono, ma soltanto una volta. Quindi eravamo un giro avanti, a me la terza posizione. Infatti a fine gara salimmo sul podio e ci premiarono. Poi però ci fu il dietrofront. Ci fecero scendere e iniziò un brutto spettacolo, fatto di perplessità e confusione. Ci relegarono indietro di tre posizioni, assegnando la vittoria a Roberts. Neanche lui ci credeva. Sheene, promosso terzo, era parecchio irritato: non lo riteneva giusto”.
Quello era appena il tuo quarto anno di competizioni, addirittura il secondo nel Circus iridato, per giunta nella classe regina: come avevi iniziato?
“Accadde nel 1975, avevo poco più di 20 anni. Alcuni amici mi chiesero di accompagnare un ragazzo a Misano e a fine giornata mi fecero provare la sua Kawasaki 500, una tre cilindri a due tempi, derivata di serie. Non ero mai salito su una moto, a parte un ciclomotore Garelli. Risultato: andai più forte di lui e mi schiantai. Ma ero gasatissimo, volevo correre. Poi andai da mio padre a chiedergli i soldi per ripagare la moto che avevo demolito”.
Ti presentasti in griglia nel campionato italiano.
“Partendo direttamente dalla 500, niente cilindrate minori: fisicamente ero più adatto. E poi la classe regina mi affascinava di più. Mi ero comprato una Suzuki bicilindrica dalla Saiad, l’importatore italiano. Alla mia prima gara, a Modena, ci arrivai con la due tempi chiusa nel furgone di un mobilificio preso in prestito, una sorta di showroom mobile tutto vetri, convertito per l’occasione in un mezzo da paddock. Quando salii in sella chiesi al mio accompagnatore: la prima si innesta spingendo la leva verso il basso o verso l’alto?”.
Qualche gara di rodaggio, poi nel 1976 facesti sul serio: è vero che una volta, svestita la tuta, indossasti i guantoni da boxe?
“La sera prima di una certa gara andammo in discoteca e per colpa di qualche rompiscatole la faccenda finì a cazzotti. Il giorno dopo pioveva, caddi, ripresi e andai sul podio. Dopo la bandiera a scacchi a portarmi in trionfo c’era proprio la comitiva con cui avevamo fatto a pugni la sera prima…”.
Tante le avventure, sia nell’Italiano che nel Mondiale: vi consideravate dei professionisti?
“Sì, anche se ci comportavamo da ragazzi, perché lo eravamo. Distrazioni e follie, spontaneità e buonumore. Poi, se parliamo del Mondiale, va detto che arrivò Freddie Spencer e cambiarono parecchie cose. Aveva un approccio nuovo e, secondo me, eccessivo. Usciva dal camper con la tuta già addosso, a volte anche il casco, raggiungeva il box, saliva in moto, girava, scendeva, tornava al camper e magari nessuno lo aveva ancora visto in faccia. Noi eravamo abituati ad altro. Ci preparavamo dove capitava, spesso all’ultimo momento, fra un tiro di sigaretta e una battuta”.
A proposito, tra i tuoi sponsor ci fu anche un tabaccaio.
“La Marlboro supportava qualcosa come sette piloti: sei erano campioni consumati, l’altro ero io”.
Qual era la ragione?
“Ero molto popolare, anche se per meriti non strettamente sportivi. Apparivo spesso sui rotocalchi e sulle riviste rosa insieme alle donne con cui avevo avuto delle relazioni. La Berté, la Ghibli, ma anche Marina dei Ricchi e Poveri".
Anche Sheene portava sulla tuta la patch biancorossa del tabaccaio: un altro ricordo su di lui, dopo quello in Rolls-Royce?
"Fu il primo a farmi vedere una carta di credito. Eravamo a Londra, in un negozio nel quale comprò tre paia di stivali uguali. Uno per lui, uno per la sua compagna Stephanie e uno per me. Quando andò alla cassa tirò fuori una strana tessera. Non sapevo nemmeno che esistesse, roba del genere…".
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