Il team dei marziani al Transatlantic Trophy | Quella (S)Volta Che
A inizio anni ‘80 la manifestazione consentìcagli Stati Uniti di schierare una squadra imbattibile: Roberts, Spencer, Lawson, Mamola e Rainey...

Giovanni Cortinovis
Pubblicato il 2 gennaio 2025, 10:05
A cavallo tra novembre e dicembre, Jerez ha ospitato la prima edizione dei FIM Intercontinental Games, la sfida a squadre tra sei formazioni, rappresentative dei Continenti: 48 i piloti coinvolti, otto per formazione, metà nella Supersport 300 con le Yamaha R3 e metà nella Supersport con le R7, con almeno una donna per team. L’Europa ha avuto la meglio con 14 lunghezze di vantaggio sull’Asia, grazie ai 46 punti di Elia Bartolini in Supersport, ai 44 di Tomas Alonso e ai 40 di Alessandro Di Persio.
Hanno portato punti importanti ai vincitori anche Enzo De La Vega, Josephine Bruno, Gonzalo Sanchez Melendez, Roberta Ponziani e Valentin Folger. Si tratta per lo più di giovanissimi ed emergenti, non certo nomi noti al grande pubblico. C’erano invece piloti leggendari, negli anni Settanta e Ottanta, a dare vita alle avvincenti gare del Transatlantic Trophy, la sfida a squadre che inizialmente vedeva opposti britannici e statunitensi. Dal 1984, con l’indebolimento della scuola inglese padrona di casa, la squadra d’Oltremanica si allargò ai Paesi del Commonwealth, ospitando l’australiano Wayne Gardner e il neozelandese Graeme Crosby.
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Il Transatlantic Trophy
Nel 1988 la competizione cambiò nome in Eurolantic Challenge e le squadre in campo divennero quattro, due britanniche, una americana e un’europea capitanata dallo svedese Anders Anderson: gli altri capitani erano Bubba Shobert per gli Stati Uniti (che beneficiavano anche di quattro canadesi), Ron Haslam per UK 1 e Roger Marshall per UK 2. Il team europeo schierava nomi di secondo piano come i tedeschi Peter Rubatto e Michael Galinski, i finlandesi Jari Suhonen ed Esko Kuparinen, il belga Paul Ramon, l’austriaco Hans Lindner e persino l’australiano Graeme McGregor. Poca cosa rispetto all’inizio degli anni Ottanta, quando l’interesse era notevole, così come gli ingaggi.
A fare la storia dell’edizione 1980, disputata dal 4 al 7 aprile su tre tracciati britannici, fu il diciottenne Freddie Spencer. A Brands Hatch fu il migliore in qualifica e si aggiudicò entrambe le manche: Kenny Roberts fu terzo in Gara 1 e secondo in Gara 2, davanti a Randy Mamola. Gli USA monopolizzarono il podio anche di Gara 2 a Mallory Park e di Gara 1 a Oulton Park e vinsero tutte e sei le manche: tre Roberts, due Spencer e una Mamola, l’unico yankee a servirsi di una Suzuki 653 che alternò a una 500, mentre le altre stelle optarono per la Yamaha 750. Gli ospiti, vincitori già l’anno prima malgrado i tre successi di Barry Sheene, trionfarono con 442 punti, +72 sui rivali. E i tre fenomeni capeggiarono la classifica individuale: 92 punti Roberts, 76 Spencer e 74 Mamola.
Ancora più impressionante lo squadrone che gli USA presentarono nel weekend di Pasqua del 1984, con i primi quattro del Mondiale 500 dell’anno precedente: Roberts ed Eddie Lawson con le Yamaha TZR 500, Wayne Rainey con la TZ 500, Spencer (nella foto di copertina) e Mamola con le Honda NS 500, Mike Baldwin e Wes Cooley con le Honda RS 500: la versione motociclistica del Brasile calcistico del 1970 che schierava cinque numeri 10 guidati da Pelè. Nove le gare corse, a Donington, ma Rainey le saltò per un infortunio in prova mentre Spencer cadde dopo aver vinto due manche fratturandosi entrambi i piedi. Anche Ron Haslam finì a terra e così la Honda vietò ai suoi piloti le gare extra-calendario.
Mamola colse tre successi e Roberts l’ultimo round con gli USA che quasi doppiarono i padroni di casa: 259 punti a 136. Anche con alcuni membri a mezzo servizio, quella squadra era ingiocabile.
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