Ducati da Austin a... Austin: cronaca di una discesa lunga un anno

Gianmaria Rosati
Pubblicato il 13 aprile 2026, 09:20
Dal tripudio di Austin al "campanello d’allarme" acceso dalla stessa gara in Texas è passato un anno. Dodici mesi che la Ducati ha vissuto in prima linea, prima da dominatrice e poi da Casa evidentemente superata da una rivale come l’Aprilia. Fare riferimento al GP Americhe appare inevitabile poiché è stato l’ultimo disputato, ma anche per l’enorme divario tra penultima e ultima edizione: nel 2025 la Ducati aveva fatto cinquina nella Sprint e poker in gara, nonostante la caduta di quello che – senza un eccesso di confidenza – sarebbe stato il vincitore del GP, Marc Marquez.
Nell'ultimo weekend di gara, invece, le Desmosedici hanno mancato il podio domenicale per la seconda volta in tre GP, ma non hanno neppure vinto la Sprint e dopo tre weekend fa specie pensare come il team ufficiale di Borgo Panigale non abbia ancora conquistato una Top 3 nelle gare lunghe. Era accaduto anche nel 2022, annata poi conclusa con il titolo di Pecco Bagnaia, ma la differenza è che in quel momento la GP22 soffriva di difetti di gioventù e poteva essere soggetta a cambiamenti che oggi non sono possibili.
E se le moto ufficiali soffrivano, i team clienti portavano comunque la Ducati sul podio con Enea Bastianini (vincitore dell’apertura in Qatar) e Johann Zarco. La situazione è certamente paradossale, perché la parentesi di 12 mesi che la Ducati ha vissuto in progressiva discesa ha portato anche un tris di titoli (piloti, costruttori e squadre), eppure anche durante la cavalcata di Marc Marquez i primi segnali di “cedimento” si avvertivano, con le difficoltà di Bagnaia e, senza soluzione di continuità, di Fabio Di Giannantonio.
Marquez e i problemi della Desmosedici
Un anteriore che non forniva il feeling necessario per aggredire le staccate, modifiche che portavano risultati soltanto in rare occasioni, le difficoltà aerodinamiche nel viaggiare alle spalle di qualche rivale. Eppure Marquez vinceva, anzi stravinceva, con sette doppiette consecutive Sprint-GP, ma a posteriori quel rendimento ricorda quanto accadeva in Honda, quando in occasione degli ultimi due titoli (2018 e 2019) Marc primeggiava mentre gli altri piloti finivano progressivamente sempre più in difficoltà.
E si parla di piloti come Dani Pedrosa e Jorge Lorenzo, poi andati in pensione dal ruolo di titolari. L’infortunio di Mandalika, dopo la collisione con Marco Bezzecchi, ha avuto un effetto paragonabile a quello di Jerez 2020, fortunatamente senza alcun calvario fisico (anche se Marc dopo sei mesi non è ancora tornato al top). Senza il suo rendimento da fenomeno, la Rossa ufficiale non ha più vinto e la cinquina Aprilia tra fine ’25 e inizio ’26 ha certificato le difficoltà della Casa dominatrice delle ultime stagioni. Difficoltà di fronte alle quali Gigi Dall’Igna, direttore generale di Ducati Corse, non ha certo fatto finta di niente.
Anche perché ad Austin in passato Marquez aveva vinto in condizioni persino peggiori, mentre questa volta ha mancato la prima fila, è finito a terra nella Sprint coinvolgendo Di Giannantonio, complice una manovra figlia del momento di difficoltà del campione del mondo, infine ha iniziato a essere davvero performante soltanto a metà della gara lunga, quando il treno per il podio era già ampiamente perso. Senza dimenticare che ad Austin non c’era più l’allocazione dei pneumatici con struttura “speciale” come a Buriram ("dove comunque con quelle gomme un anno fa riempimmo il podio" ha ricordato Marc) e a Goiania.
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