Fabio Bilotti, una vita da privato | C'ho provato
"Ho sempre corso con il desiderio di salire su una moto uffciale: accadde soltanto in un turno di prove..."
Pubblicato il 17 marzo 2025, 10:14
Fabio Bilotti: l'intervista
Partiamo da Jarama: nel 1984, una delle tue gare migliori.
“Sarei potuto arrivare davanti a Barry Sheene e Reinhold Roth, quindi settimo, ma il dolore alla spalla mi rallentò nel finale. Venivo da una frattura rimediata alla 200 Miglia di Imola. Lì ero partito molto carico, sulla scia della frustrazione accumulata durante le prove, nelle quali era andato tutto storto. Nella staccata delle Acque Minerali, in discesa, superai tre avversari. Davanti avevo Walter Migliorati, che frenò presto e tanto. Rischiavo di tamponarlo, così “pinzai” più deciso. Mi si chiuse l’anteriore e finii a terra. La mia moto lo travolse e lui non la prese affatto bene. Mentre ero a terra, con la clavicola rotta, iniziò a colpirmi sul casco. Un cazzotto, poi altri. Lasciamo perdere”.
Eri in sella a una Honda tre cilindri privata.
“Comprata l’anno prima. Anzi, ne avevo prese due. Per la modica cifra di 105 milioni di Lire. Fu uno sbaglio, sarebbe stato meglio averne una sola e con tanti ricambi. Ma lo compresi dopo. Pensavo di dovermi presentare alla grande a livello d’immagine, così mi ero comprato pure un pullman usatissimo dal Comune di Perugia, poi allestito con officina e zona notte. Fu un errore anche quello, perché nel paddock pensarono che fossi lì perché avevo i soldi». Ti trovavi bene con quella moto? «No. Infatti nel 1983, la mia prima stagione a tempo pieno nel Motomondiale dopo la vittoria dell’Europeo 500, raccolsi poco. L’anteriore non dava fiducia e si cadeva spesso per chiusure davanti. Allora provammo a stravolgere le cose: passammo da una gomma da 16 a una da 18. Un miglioramento ci fu, ma non grande. La Michelin non forniva un pneumatico di quella misura, così usavamo soltanto il loro posteriore. Davanti avevo Dunlop. Era una soluzione un po’ alla buona. Si sperimentava…».
Le Honda ufficiali erano diverse?
“Un altro mondo”.
Torniamo in Spagna: nel 1986 contendesti l’ottava piazza a Juan Garriga e alla sua Cagiva ufficiale.
“All’ultimo giro, quando mi infilò nel primo tratto della pista non mi preoccupai, perché sapevo che avrei avuto la mia occasione in uscita dalla curva finale, dove ero superiore. Ma proprio quando stavo per affiancarlo, Garriga iniziò a ‘zigzagare’. Esageratamente. Dovetti chiudere il gas per due volte e gli finii dietro”.
A proposito di volate: un anno più tardi, in Svezia, la lotta con Taira, che guidava una Yamaha di quelle buone, affidata al team di Giacomo Agostini.
“Lui mi sverniciava nel rettilineo, io mi rifacevo sotto nel misto e lo ripassavo. All’ultimo giro decisi di restare nascosto fino alla penultima staccata. Lo infilai e gli arrivai davanti, dodicesimo. È stato bello”.
Ad Anderstorp anche qualche amarezza, però.
“Nel 1985 stavo facendo una gara esagerata. Poi Gustav Reiner mi tamponò nella stessa frenata in cui avrei superato Taira due anni dopo. Finii nella via di fuga, che era una specie di stagno perché alcune ore prima aveva piovuto. Caddi, mi rialzai, rientrai ai box e ripresi la gara con quattro giri di ritardo. Giravo bene. Fu un peccato”.
Quell’anno arrivò il riscatto a Imola dopo la caduta del 1984.
“Nella 200 Miglia finii quarto dietro Lawson, Randy Mamola e Takazumi Katayama. Ero entrato a far parte del Team Italia, legato alla Federazione Motociclistica Italiana, che mi aveva dato un motore nuovo. Avere materiale fresco era importante. Dopo un po’ i freni iniziavano a vibrare, altri componenti si rovinavano o consumavano. Noi privati, spesso al limite con le finanze, ci arrangiavamo. Gli ufficiali invece cambiavano sempre tutto”.
Hai mai avuto un assaggio delle moto “buone”?
«Una volta a Misano, quando il Team Gallina mi fece guidare una Suzuki nel turno di prove di un Gran Premio. Mi aspettavo un motore che andava come un missile, invece la differenza la trovai in un altro aspetto”.
Quale?
“Aveva più coppia, un’erogazione migliore. La potenza c’era, ma in basso, non in alto. Le curve che con la mia Honda clienti affrontavo in seconda, con quella le facevo in terza. Mi sembrò più facile. Anche se in un turno non è che ci si capisca troppo”.
Era dura essere un privato?
“Un caro amico diceva che se avessi espresso in un’attività imprenditoriale l’impegno che mettevo nelle corse, sarei diventato miliardario. Avevo i miei sponsor e quando serviva, anche se è successo raramente, cercavo di inventarmi qualcosa in più. Per esempio, all’epoca era uso comprare un appartamento con un compromesso fatto tra le parti, senza notaio. Su un prezzo concordato di 50 milioni, pensando si potesse vendere più caro, magari davo un acconto di 5, prendevo tempo per l’atto di vendita e nel frattempo trovavo un cliente che lo acquistava a 60. La moto con cui iniziai, a diciannove anni, la comprammo facendo una colletta al bar, fra amici. Costava due milioni e mezzo: una Suzuki Titan 500, per le gare in Salita”.

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