Hockenheim 1994, Biaggi su Romboni: “Sono corse, non musica classica”

A metà anni ’90 a giocare ruolo da protagonista nei GP era la classe 250, con i piloti italiani grandi interpreti. Sul tracciato tedesco un episodio finito negli annali che decise una gara a tre con Capirossi vittorioso

William ToscaniWilliam Toscani

Pubblicato il 24 marzo 2021, 19:18 (Aggiornato il 25 mar 2021 alle 10:49)

Era la classe regina in pectore degli anni ’90. Gli anni dei salti al Salzburgring, delle sportellate al Nurburgring. Gli anni delle bagarre all’ultimo giro al “Motodrom” di Hockenheim. Di Luca Cadalora, Loris Reggiani e Pierfrancesco Chili, ed a seguire del trio Biaggi, Capirossi, Romboni. Poi ancora Rossi... Era la classe 250, fucina di successi per i colori italiani. Vittorie scandite da colpi di classe cristallina in sella ad una moto.

Periodo di accese rivalità, in pista e fuori


Il 1994 fu un anno da cuori forti, che salì alla ribalta come quello del primo titolo della “nera” Aprilia in 250 con in sella Massimiliano Biaggi.

Una corsa al successo caratterizzata da una rivalità con Loris Capirossi e Doriano Romboni che spesso si accendeva con situazioni ai limiti dello scontro. Come quella volta nel GP di Germania.

Tutto in tre curve


Ultimo giro. All’ingresso di quello che è il Motodrom - un vero e proprio stadio - ultimo e tortuoso tratto del veloce tracciato di Hockenheim erano ancora vicinissimi ma ormai consapevoli che quella gara poteva anche finire in quell’ordine. Ognuno di loro conosceva bene le mosse dell’altro. Troppo furbi, troppo attenti, i tre “Fenomeni” (come titolava Motosprint dell’epoca) sapevano che una eventuale azzardo avrebbero potuto pagarlo caro.

“Chi entra primo al Motodrom ha in mano mezza gara”, si diceva. Si sapeva. Loris Capirossi si presentò davanti a tutti dopo aver infilato Max proprio all’ultima frenata ed era ormai predestinato al successo. Una curva dopo, la “Sachs”, fu Romboni ad avere la meglio su Biaggi, in difficoltà con i freni. Tutto si incanalava sui binari di un podio in apparenza deciso in due curve, dopo una gara passata a studiarsi l’un l’altro.

Il Cavaliere Nero


Un Cavaliere nero, si sa, di brutte sorprese spesso ne riserva. Non sempre ha la meglio ma spesso fa sentire  - e forte - la sua presenza. Il Cavaliere nero prendeva le sembianze del pilota romano sulla nera Aprilia che quell’anno lanciò il suo personale guanto di sfida ai più forti della categoria di ogni tempo. Un guanto ostentato e molto spesso con irriverenza. Non ci stava a perdere la posizione ed ecco la fiammata, l’improvvisazione. Alla prima delle due curve che precedono il traguardo l’affondo, deciso, ai danni del rivale Doriano a cui non resta che allargare di un pelo la traiettoria per non incappare in un rovinoso contatto. Secondo posto per lo spezzino sfumato e arrivo con l’Aprilia tra le due Honda NSR. 

Finale di gara concitato. Nervi a fior di pelle.  E mentre il futuro “Capirex” se la godeva (meritatamente), tra “Rombo” e il “Corsaro” volavano scintille.

“C’è poco da arrabbiarsi, queste sono corse, non un concerto di musica classica”, sparava dai suoi cannoni Massimiliano. Doriano rispediva al mittente: Spero di restituirgli il piacere la prossima volta”.

Quel Mondiale poi si decise a favore di Biaggi, che regalò alla Casa di Noale il primo di tre titoli consecutivi in 250. Un successo contro due rivali niente affatto disposti a mollare metri. Fu un’annata epica, un’annata da… Fenomeni.

 

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