Locatelli: "Yamaha in difficoltà, ma piangere non servirebbe a niente"

Andrea: "Alle lamentele, preferisco ottenere il massimo dalla R1. un terzo posto sarebbe come vincere con la Ducati"
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Mirko ColombiMirko Colombi

Pubblicato il 19 agosto 2026, 11:14

La R1 blu con la tabella 21 taglia il traguardo in piazza d’onore, condotta da Andrea Locatelli, pilota a costituire un equipaggio formato anche da Jack Miller e Katsuyuki Nakasuga. Stivali, guanti, tuta inzuppati, caso bagnato, la cui visiera, leggermente appannata, fatica a nascondere lo sguardo soddisfatto del ventinovenne bergamasco, titolare nella SBK iridata per il medesimo Marchio, in festa e riconoscente per l’opportunità concessagli: “Sì, dai” prende parola, sorridendo “potremmo raccontare così la 8 Ore di Suzuka 2026. Per il secondo anno consecutivo sono, anzi, siamo arrivati secondi, esito importantissimo per la Casa di Iwata e per me. Aver consolidato un risultato prestigioso, già colto nella passata edizione, ha dimostrato la bontà del lavoro condiviso e della nostra velocità, nonostante meteo bizzarro e una partenza dalla quinta posizione. Ecco, appunto: se solo avessimo potuto disputare la Top Ten Trial, magari, saremmo scattati più avanti, giocandola contro la squadra Honda. E’ vero, malgrado io sia fatto così: coi ‘se’ e i ‘ma’, avremmo vinto due edizioni consecutive. Abbiamo completato lo stesso numero di pit stop del team HRC, recuperando terreno su fondo viscido. Mi stavo avvicinando a Jonathan Rea, ormai era tardi: nell’ultima mezz’ora la Race Direction ha fatto uscire la Safety Car, perché tra pioggia e buio la sicurezza era a rischio”.

La Michelin sta preparando il ritorno in SBK 

 

 

Locatelli in luce a Suzuka

Un weekend di luce in una stagione scura, per ora. Andrea svela alcuni retroscena: "I giapponesi ne sono rimasti davvero contenti. Sebbene io rimanga convinto che loro stessi sappiano a quanto ammonti il potenziale della R1 e cosa le manchi per primeggiare. Hanno riportato la moto usata nel 2025, identica. Ma io non l’avevo provata in test preliminari. Il loro obiettivo consisteva nel fare bene con me, Miller e Nakasuga. Missione centrata, e vi dirò: la rifarei ancora e sempre, sapendo dei sacrifici da mettere in conto”.

Il più grande?

“Prendere aerei e spostarsi tra Continenti e fusi orari, conciliando i tanti impegni prefissati. Ma mica mi lamento, ci mancherebbe: Se chiedessimo alle persone che vanno a lavorare ogni mattina alle 6 quanto sono stanche, risponderebbero parecchio. I viaggi fanno parte del mio mestiere, sono onorato di rappresentare i colori Yamaha e di girare il Mondo per questa azienda”.

Quanto è differente la R1 iridata con gomme Pirelli dalla versione 8 Ore e le Bridgestone?

“Nella 8 Ore usiamo una R1 ‘standard’, diciamo, ovviamente adattata e preparata ad hoc, le cui parti sono quasi tutte di serie. Contrariamente, nel mondiale i pezzi speciali e la sofisticazione abbondano, nel rispetto della regola delle Super Concessioni Possiamo sostituire carenatura, forcellone, serbatoio, apportare aggiustamenti a pivot e cannotto di sterzo, modificare la posizione di guida e altro. Di originale c’è poco”.

Preferiresti un regolamento più “tranquillo”?

“Sì, ma non sarebbe possibile attuarlo, al momento. Se corressimo con le vere derivate di serie, i divari registrati sarebbero ulteriormente allargati. Se un Costruttore esce con un modello già di altissime prestazioni, per raggiungerle con una moto da prestazioni più basse, non ci si avvicinerebbe. Per arrivare a quel potenziale da cento percento, servono aiuti. Le Super Concessioni di cui sopra. La Yamaha è una gran moto, uscita però tempo fa. Sarà la concezione del propulsore, il carattere. E’ una vera Superbike, di quelle che si muovono in frenata e accelerazione, ricordando i tempi in cui correva Ben Spies. Sono andato a riguardare le immagini: la sua R1, al pari delle moto avversarie, erano imprecise, ribelli, nervose, nel ricordo di Carlos Checa sulla Ducati o Johnny Rea a bordo della Honda. Adesso la dinamica è cambiata, guardate chi vince: un trenino incollato ai binari”.

Stai sottintendendo le V4R.

“Già. Sono attaccate al terreno, stabilissime. Non dico che chi sta davanti non guidi forte. Se dovessimo estromettere ipoteticamente le Ducati, assisteremo a più duelli e a una certa varietà. Un giorno vince la Bimota, domani la BMW, ancora la Yamaha, poi la Kawasaki e la Honda… insomma, ci sarebbe un mix. Guardando noi, il gap sofferto dalla Ducati è troppo grosso. Nel tentativo di compattare le prestazioni, sono state introdotte regole come quelle del flusso benzina. A cosa è servito? Niente. Anche perché alcuni team usano carburanti particolari e costosi. A volte ci si confronta sul filo dei millesimi, qualsiasi dettaglio fa la differenza. Perciò, bravo a chi primeggia”.

Bulega meritevole di MotoGP, ma...

Cosa farebbe Nicolò Bulega in SBK con una Yamaha? Il bergamasco mica ci gira attorno: "Chi può dirlo?  Bisognerebbe vederlo. Forse, per lui, non si sarebbe aperta l’opportunità di andare in MotoGP. Non credo che metterebbe la R1 là davanti o vincerebbe come fa adesso sulla Ducati. Quindi, non sarebbe appetibile alla classe regina. Questo è il mio pensiero, ma occhio: Bulega è paragonabile a Toprak Razgatlioglu, uno che in MotoGP sta dimostrando cose interessanti sulla M1 e, dal canto mio, il compagno di box più forte mai avuto. Nicolò si è giocato il mondiale contro Razgatlioglu sino a Jerez 2025, sappiamo come è andata. Stiamo parlando di due piloti super forti i quali, se sprovvisti del giusto pacchetto, si metterebbero comunque in evidenza. Il successo, però, è una storia diversa”.

Quando Toprak era nel box con te, non hai sfigurato.

“Mi fa piacere che sia ricordato. Quando Razgatlioglu conquistò il titolo per Yamana nel 2021, lo meritò. E ritengo che, nel lavoro di squadra, io ci abbia messo del mio, aiutandolo in determinate condizioni e situazioni. Il turco fece la differenza, ma io non ero così lontano, tutt’altro. Il suo successo fu una costruzione di gruppo, tra tattiche in qualifica e altro. Io affrontati un notevole periodo di crescita, senza mai fermarmi”.

Buttiamola lì: una top five con la R1 è come se fosse una vittoria con una Ducati?

“Mmm, vittoria? No. Podio sì, magari da secondo posto. Ecco, semmai: un terzo posto sarebbe paragonabile a un primo. Prendiamo il confronto con le pinze e il beneficio dell’inventario, mi raccomando. E’ sempre la pista a spiegare. Ma torniamo e prima: cosa faceva Iker Lecuona quando era in Honda? Ora vince con la Ducati. E Xavi Vierge? Il fatto è che nelle competizioni attuali il pacchetto tecnico conta parecchio. Penso che ogni pilota debba sfruttare al meglio e al massimo quanto messogli a disposizione, facendo i contri con sé stesso. Questa è la mia mentalità”.

A differenza di altri rappresentanti Yamaha, da te nessuna lamentela.

“Mai. E apprezzo la sottolineata verità. Mi sento di essere un pilota diverso e mi piace chi affronta gli argomenti oggettivamente e sostenendo una analisi. Che la R1 sia in difficoltà, è evidente. Io ho deciso di rimanere in Yamaha, perché mi si è creata una opportunità grande di carriera. Restando qui, ho accettato la situazione e quello che c’è. Io in Yamaha ci mangio e vado alla toilette, esempio per dire che fa parte del mio quotidiano. Mi piace tantissimo quello che faccio, proponendomi sempre positivo. Cosa mi servirebbe piangere? A niente. Ci sono persone che credono nel sottoscritto, io credo in loro. La moto non viaggia? Io la porto alla posizione migliore conseguibile. E’ una decima posizione? La prendo. E’ una nona? La prendo. Provando a risalire la china, dato che ci possiamo riuscire”.

Ragioni da vero lavoratore dei semimanubri.

“Ho l’indole professionale, sono un professionista. Ed evito la negatività, pensando sempre positivo. Di arrendermi, nemmeno lo valuto. Io stesso spingo l’azienda a fare di più, Sarebbe bello avere una moto nuova, chiaro. Decidono in Giappone. Penso siano pronti a farla. Forse si venderebbe poco, ma sarebbe bello avere un’ammiraglia nella gamma. Il costo sarebbe importante, lo so. Oggetti per veri appassionati o chi va tra i cordoli. Dobbiamo usare ancora l’attuale? Darò il cento percento con l’attuale. Sino in fondo”.

Menzionavi varietà e novità. Come cambieresti il format SBK?

“Introdurrei pit stop, concepiti ad hoc. Diversamente dal flag to flag di Phillip Island, dove regna il caos nella corsia dei box. Oltre al cambio gomme, il rifornimento carburante. Tra mescole diverse e rabbocchi, assisteremo a uno spettacolo divertente. E rivedrei la Superpole, tornando al count down di fine anni Novanta e primi Duemila. Quella in vesto stile SBK, simile a quanto si affronta a Suzuka”.

 

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