CIV, Delbianco: “Ho avuto richieste dalla SBK, ma pochi ci arrivano vincendo”

Pubblicato il 3 gennaio 2026, 15:45
Se la perseveranza avesse un volto, probabilmente sarebbe quello di Alessandro Delbianco. Il ventottenne romagnolo è riuscito a centrare l’obiettivo per il quale ha lavorato negli ultimi sei anni: diventare campione italiano Superbike. La carriera di “DB52” è stata contrassegnata dai numerosi tentativi e da un avversario tostissimo – Michele Pirro – ma Alessandro non si è mai fermato. «Quando nulla sembra aiutarmi, mi piace guardare uno spaccapietre: osservo come martella la sua roccia, forse anche cento volte senza mai avvertire anche una piccola crepa. Poi, al centunesimo colpo, la pietra si spacca in due. E io so che non è stato l’ultimo colpo a spaccarla, ma tutti quelli che ci sono stati prima». La frase del giornalista danese Jacob Riis è la più calzante per riassumere la carriera del classe 1997, che non difenderà il titolo tricolore conquistato con il Team Yamaha-DMR grazie a nove vittorie e due secondi posti: nel 2026, infatti, Delbianco sarà impegnato nel mondiale Endurance come pilota titolare dell’Elf Marc VDS Racing Team/KM99, campionato che disputerà due tappe in concomitanza con il CIV. Delbianco sarà anche collaudatore SBK per la Casa di Iwata, sostituendo – come già accaduto quest’anno a Jerez – eventuali infortunati nel Mondiale.
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Il titolo italiano per chiudere un cerchio
Dopo tanto lavoro, hai raggiunto l’obiettivo: come l’hai vissuta?
«La si vive bene e male, in due modi simili ma diversi: è il punto più alto della mia carriera. È quello per cui ho lavorato tanto, non soltanto giorni, ma anni. Dall’altra parte è una fine. Ho sempre pensato che vincere il titolo italiano mi avrebbe portato allo step successivo (il mondiale Superbike, nde) ma non è bastato».
C’è un po’ di rammarico per non aver trovato una chance nel mondiale SBK?
«Non dico che sono stato vicino a firmare, ma ho avuto delle richieste. Il problema è che vanno a braccetto con le richieste economiche e questa è una battaglia contro cui lotto da tempo. Cerco di farlo con i risultati in pista ma la realtà è quella che tutti conosciamo: di piloti che arrivano in alto vincendo, ce ne sono sempre di meno».
Michele Pirro è stato un grande stimolo: quanto è stato importante riuscire a batterlo?
«Un titolo è importante di per sé, a maggior ragione se si parla della categoria più alta che c’è in Italia. Battere un veterano come lui, poi, è come sconfiggere il “mostro” dell’ultimo livello di un videogame, quello più forte di tutti».
Però era assente nel giorno del tuo titolo a Imola, a causa di un infortunio nelle libere.
«Un po’ mi è dispiaciuto, però credo che gli errori che ha commesso siano anche frutto della nostra velocità. Ci sono passato tante volte: quando sei nella condizione di dover inseguire, commetti errori, cadi e puoi farti male. Quando sei davanti invece puoi permetterti di gestire perché hai un po’ più di margine».
Nei primi anni in SBK avevi spesso cambiato team e moto: per quale ragione?
«Ho rincorso questo titolo nel senso letterale della parola. Tutti gli anni cambiavo moto e team perché cercavo la migliore strada per arrivare al punto desiderato. Ero già passato da DMR, poi avevo pensato che un’altra moto avrebbe potuto darmi qualcosa in più, che magari mi avrebbe permesso di arrivare al Mondiale. Alla fine mi sono reso conto che la Yamaha era la moto migliore per poter diventare il pilota più veloce».
Una storia iniziata nel 2023.
«Insieme abbiamo costruito questo percorso, nel 2023 abbiamo fatto qualche buon risultato poi con l’arrivo di DMR nella seconda parte dell’anno scorso abbiamo vinto diverse gare e quest’anno abbiamo messo tutto insieme. La continuità con DMR e Yamaha mi ha permesso di conquistare il titolo anche se in questi anni mi ha “costretto” a rinunciare a offerte provenienti dalla MotoE e da altre classi, anche con ingaggi migliori».
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