Intervista esclusiva a Jeremy Burgess

«Non fai niente e non ottieni niente»
Intervista esclusiva a Jeremy Burgess

Pubblicato il 13 settembre 2012, 13:49

Ha suscitato grande interesse l'intervista del nostro collaboratore australiano Colin Young a Jeremy Burgess, dal 2000 fedele capotecnico di Valentino Rossi. Già il titolo, "Non fai niente e non ottieni niente" esprime senza mezze misure come la pensi sulla Ducati. E invoglia ad approfondire l'argomento. Si tratta di uno dei "piatti forti" del Motosprint in edicola. Per questo nel nostro sito non ne abbiamo parlato, per non "bruciare" il giornale. Ma ci hanno pensato gli altri, a darle spazio nel web. Qualcuno citando la fonte (lo ringraziamo), altri appropriandosene senza troppi complimenti (cosa deprecabile...). Quindi per non farvi perdere tempo a cercare altrove, ecco anche qui da noi, uno stralcio dell'intervista. 

Confermi che tu e Rossi siete arrivati in Ducati per fare della Desmosedici la moto con cui ogni pilota, e non solo Stoner, potesse vincere? «Sì. Questo è il messaggio che Valentino ha ricevuto da Filippo Preziosi: la Ducati voleva lui per sviluppare la moto in modo che tutti i piloti potessero guidarla».

Cosa non ha funzionato? «Non è successo niente! Rispetto a quello che avrebbe fatto una Casa costruttrice giapponese, ci sono differenze significative, come potete ben vedere contando quanti telai costruisce la Honda in una sola stagione».

Molte delle valutazioni di Rossi sulla moto sono le stesse fatte da Stoner in quattro anni in Ducati? E hanno avuto la stessa lentezza di risposta? «Sì. E questa è la conseguenza di una mancanza di comprensione. In Ducati la percezione di quello che serve per le corse è molto diversa da quella delle Case giapponesi».

È corretto dire che Valentino fa la differenza nello sviluppo o in realtà il successo della M1 è legato alle capacità degli ingegneri del reparto corse Yamaha? «La Yamaha non ha ricostruito la sua sezione “racing” assumendo un pilota e qualche meccanico. Questo deve essere ben chiaro. Quando io e Rossi siamo andati là, nel 2004, Yamaha Racing è stata completamente ristrutturata pensando a tutto quello che era necessario per vincere».

Perché tu e Valentino non siete rimasti in Ducati per finire il lavoro che avete cominciato? «Perché con la velocità con cui si fa sviluppo in Ducati, non avevamo abbastanza tempo. Continuando a lavorare nel modo in cui lavorano, saremmo rimasti dietro per altri dieci anni. Abbiamo lo stesso telaio dalla prima gara di quest’anno e il telaio fa di più che tenere le ruote separate, deve lavorare».

Con questi presupposti... «Se una Casa giapponese avesse avuto gli stessi risultati di Rossi e Hayden, avrebbe costruito un nuovo telaio in una settimana. Il fatto che la Ducati abbia perso Valentino è un messaggio forte sul fatto che qualcosa deve cambiare».

Se comprate Motosprint, potete leggere tutta l'intervista!


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