07/12/2010

I talenti SBK che hanno fallito in 500

I talenti SBK che hanno fallito in 500
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I flop di Corser e Russell… ma non solo

Per molto tempo i piloti della Superbike sono stati considerati con sufficienza dal mondo dei GP. Non poteva essere altrimenti visto che i primi sbarchi non avevano creato apprensioni.

Il primo iridato della SBK che tentò la fortuna in 500 fu Scott Russell (sopra). Un fior di campione approdato nel campionato delle derivate dalla serie nel ’90 con il team Kawasaki Muzzy. Per alcuni anni fu la bestia nera della Ducati. Nel 2002 a Daytona batté di un soffio Polen, privando la Marca italiana di una vittoria che sarebbe stata clamorosa. L’anno dopo Russell vinse il titolo battendo allo sprint il debuttante Carl Fogarty. All’ultimo round, a Città del Messico, Russell arrivò da capoclassifica e Foggy non riuscì a giocarsi le carte perché la corsa venne annullata per l’inadeguatezza del tracciato. Il Messico da allora è stato cancellato dai calendari della velocità.

Dopo i due anni neri in 500, segnati anche dalle polemiche con la Suzuki, Russell si era riciclato in SBK con la Yamaha nel ’97-98, in coppia con il giovane Colin Edwards, ma era il canto del cigno. Tornò in America e nel 2001 rischiò di morire investito da altri piloti al via della 200 miglia, la gara che aveva dominato cinque volte. Ha impiegato anni per riprendersi. Oggi commenta le gare per la ESPN e corre in auto nella Grand Am.

Nel 1996 Troy Corser era considerato un fenomeno. Scoperto da Eraldo Ferracci, storico gestore della Ducati Usa, l’australiano sbancò il campionato americano al primo colpo (nel 1994), unico straniero a riuscire in un’impresa che a quei tempi ferì moltissimo l’orgoglio dell’ambiente delle corse yankee. L’anno dopo debuttò nel Mondiale, sempre con la bicilindrica italiana, arrivando secondo dietro Fogarty. Nel ’96 strapazzò il compagno di marca Kocinski e lo stesso Foggy che era passato alla Honda.

Corser sbarcò in 500 con la stessa Promotor che lo aveva portato al titolo Superbike, con una Yamaha YZR, ma non finì il campionato: la squadra austriaca affondò per i problemi economici. Troy, senza mezzi per farsi valere, chiuse l’avventura dopo appena sette GP e un dodicesimo posto come miglior piazzamento. Nel ’98 tornò in Superbike ma perse il mondiale scivolando nel warm up della prova finale a Sugo.

Russell e Corser sono i casi più clamorosi ma il novero dei piloti Superbike che in 500/MotoGP hanno lasciato poche tracce è molto numeroso. Noriyuki Haga, per esempio, si fece notare nel ’98 a Suzuka arrivando terzo da wild card con la Yamaha ufficiale, dietro Biaggi (vincitore al debutto) e Tadayuki Okada. Dopo aver sfiorato l’iride Superbike tornò in 500 nel 2001 con la Yamaha terminando solo quattordicesimo. Nel 2003, dopo una discreta stagione Superbike con l’Aprilia, approdò in MotoGP con la Cube ma i risultati furono di nuovo disastrosi.

Tra i protagonisti che hanno deluso nella top class figurano Ruben Xaus, Neil Hodgson e soprattutto James Toseland che è salito sulla Yamaha Tech 3 dopo i due titoli conquistati con Ducati (2004) e Honda (2007). In due stagioni fallimentari non è mai andato oltre il sesto posto. Ma nella Superbike 2010, che doveva sancire il suo rilancio, non ha fatto granché meglio. E guidava la R1 di Ben Spies.

 
 
Archivio Superbike
 
 
 
  • Postato daMauro41Rate08/12/2010 ore: 10:24:54
     
    Mauro41
    Volevo solo precisare che nell'articolo c'è un errore... dove dite che Scott Russell torna in Sbk nel 97/98 in sella alla Yamaha in coppia con Colin Edwards, è vero in parte, infatti è solo nel 97 che fà coppia con Colin Edwards, nel 98 il suo compagno di squadra è Noriyuki Haga...
    Ciao, Mauro.
     
     
     
     
  • Postato daEerezioORate07/12/2010 ore: 14:36:30
     
    EerezioO
    In SBK il mezzo è al 50% quello, fantasia limitata ma spicca la capacità di adattabilità del pilota, oltre ad una differenza ridotta tra chi può permettersi più modifiche e chi meno. In MotoGp il mezzo cambia anche da pista a pista ma un piccolo errore nella progettualità può cambiarne drasticamente l'esodo, chi ha più mezzi domina, chi non ne ha si accontenta, l'unica certezza è che il pilota è subordinato ai mezzi di cui dispone, per scopi mediatici è difficile antrarci dalla porta principale
     
     
     
     
 
     
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